Homo Faber - Quando l’uomo incontrò una farfalla
Ho appena finito di leggere Homo Faber, di Max Frish. I miei pensieri volano tra la vita, la morte, l’amore, i legami, i sogni. Devo scrivere per ordinare i miei pensieri.
Faber è un uomo razionale, è l’esempio perfetto dell’ingegnere che vive nella nostra era della tecnica. Il romanzo narra il suo cammino verso la conversione al mando dei sentimenti e dell’imprevedibilità. Non tutto è calcolabile e la vita ci riserva incontri che a volte possono sconvolgere i nostri piani tanto meticolosamente tracciati. Così Faber, 50enne calcolatore, si imbatte in una giovane ragazza, di poco più di 20 anni e si innamora di lei. E’ attraverso i suoi occhi vivaci, ottimisti, pieni di speranze per il futuro che lentamente inizia la sua metamorfosi, che però porterà a compimento solo nel tragico finale.
E’ solo quando perdiamo le cose che più amiamo che riusciamo a coglierne il significato più profondo. E’ solo quando non si ha più la certezza di poter raggiungere un obiettivo che esso diventa lo scopo mancato della vita. Così Faber capisce che avrebbe dovuto accostarsi alla sua esistenza con uno sguardo più ottimista, più libero, in grado di lasciarsi andare di fronte al richiamo dell’istinto (per quanto scabroso).
Faber doveva vivere la vita “tenendo testa al tempo”, trovando “l’eternità nell’attimo”, perché solo essere eterni significa, nietzschianamente, essere vissuti.

Da qui è un batter d’ali raggiungere Kundera. Come non pensare all’immortalità che secondo lo scrittore ceco si cerca quando si entra nella terza e ultima fase della vita. Utilizzando le parole di una dei protagonisti, Laura: “Perché fare l’amore non è la cosa principale. Non si tratta di fare l’amore. Si tratta di pensare a me. […] Questi ultimi due anni sono stata davvero felice perché sapevo che Bernard pensava a me, che occupavo la sua mente e che vivevo in lui. Perché solo questa per me è la vita vera: vivere nel pensiero dell’altro. Altrimenti sono morta già da viva.”
Mi piace pensare all’eternità come un continuare a vivere nei pensieri delle persone che rimangono in vita. Idea che mi ha trasmesso un giornalista e scrittore straordinario, Rizard Kapuscinzky. E se anche le persone che conosciamo direttamente, prima o poi, scompariranno, ciò che è scritto resta. La scrittura allora diventa una forma di immortalità, un modo per pensare di poter continuare a vivere nella lettura di altri.
Cercare di stimolare domande nelle persone che leggono, e sperare che le risposte si trovino il più tardi possibile. Perché una risposta è un libro che si chiude, è la fine, il traguardo. Ma per tagliare il traguardo prima bisogna correre: ogni cosa ha il suo tempo.





